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L’intelligenza artificiale è il futuro della musica?

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“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”

Blade Runner

Ti chiedi mai quali sono le implicazioni reali dell’ intelligenza artificiale nella musica?

Questo articolo è nato dall’idea di una studentessa, di raccontare un’episodio realmente accaduto. Da quel momento sono nate in lei domande che necessitavano risposte. Qui di seguito la sua versione raccontata in prima persona.


Durante l’ultimo esame della mia carriera universitaria, ho fatto una domanda insolita, al professore di musiche contemporanee. Mentre mi stava esaminando gli feci questa domanda:

“Cosa ne pensa dell’intelligenza artificiale nell’ambito della musica, e secondo lei cambierà le sorti della canzone e dei nuovi artisti?”

Pensai subito di essere stata insolente, o meglio invadente e che mi avrebbe risposto che non era né l’argomento né il momento adatto per poter intavolare un discorso del genere.

Invece, mi rispose in un modo che mi lasciò un sentimento strano: una mescolanza di curiosità e stranezza unita ad una sensazione di instabilità. 

Per un attimo, ho sentito il pavimento trasformarsi in sabbie mobili e io stavo per venirne inghiottita. Tutte le mie certezze, anche quelle legate ad una nostalgia di un tempo mai vissuto, venivano spazzate via da quelle parole.

Quelle sicurezze confortevoli e sicure dalle quali non riesci a mollare la presa. Proprio come una poltrona vecchia e sfondata, di cui ti devi sbarazzare ma non riesci a separartene.

La risposta del professore

Come stavo dicendo, la sua risposta mi sconnesse dalla realtà. Ecco come mi rispose:

“Saresti veramente capace di distinguere la voce di John Lennon registrata dal vivo da quella che si sente nel disco, o più che altro, da quella ricreata dall’IA? Alla fine in ogni caso le voci sono registrate, quindi qual’è la discriminante?”

Il Professore

Mi sarei aspettata di tutto. Un professore con una densa carriera universitaria e di ricerca pensavo, sbagliandomi, potesse solo riservare ovvi pregiudizi. Non potevo immaginare che un accademico fosse interessato al mondo controverso dell’ intelligenza artificiale applicato alla musica.

Allora perché la sua risposta mi ha lasciato dell’amaro in bocca? 

Forse perché, in realtà faccio parte di quell’insieme di puristi che vogliono lasciare tutto cosi com’è. Ancora legati da un cordone ombelicale analogico agli anni del tangibile.

Ricordi no? le cassette, il walkman, i raccoglitori cd, le copertine scritte a mano e le compilation del Festivalbar.

Ma quello che mi chiedo è, voglio veramente canzoni cantante da voci registrate di artisti non più in vita? 


L’invenzione della registrazione ci ha già dato la possibilità di poter riesumare dai cimiteri musicali artisti-zombie.

Canzoni e voci di artisti che, anche se morti, attraverso l’incisione di solchi su plastica ne restituiscono in parte la voce dal vivo.

Ma la creazione di nuova musica, da parte di fantasmi del passato, che rappresenta un periodo storico o che spesso fa da veicolo di propagazione di idee e concetti, potrebbe davvero ricreare quella sensazione di appartenenza da parte nostra? 

Perché più passa il tempo, più ci evolviamo, e più vogliamo ricreare delle abitudini che in realtà non fanno parte della nostra epoca, ma che allo stesso tempo sembrano appartenerci? 

Questa ambiguità in realtà l’abbiamo fatta nostra negli anni. Siamo la generazione che ha vissuto il passaggio dall’era magnetica a quella digitale. È normale che siamo tutti abbonati a Spotify, e allo stesso tempo passiamo ore nei negozi di dischi. 

prima band virtuale:
Il record mondiale dei gorillaz

Mi viene in mente un video che ho visto tempo fa, in cui viene intervistato Damon Albarn, cantante e polistrumentista dei Blur e altro, in cui gli veniva chiesto com’era nata la canzone Clint Estwood dei Gorillaz, altra band di cui ha fatto parte.

Albarn tira fuori un sintetizzatore, un Suzuki omnichord, e spinge un bottone. Parte la melodia della canzone. A quel punto, molto tranquillamente, dice: “È un preset. Rock 1 preset”.

Il fatto che il loro singolo più ascoltato, sentito un po’ ovunque, fosse solamente un sample pre-registrato, un po’ come uno di quelli che avevo io sulla pianola però al posto di My heart will go on di Celine Dion, nel suo caso c’era “Rock 1” di un autore sconosciuto, inizialmente mi ha un po’ scioccata.

Finché il mio flusso di coscienza si è fermato su un unico pensiero e questo era: Damon vecchia volpe, anche questa volta il tuo colpo di genio mi è arrivato dopo. 

I Gorillaz, per chi non li dovesse conoscere, sono una band totalmente virtuale. La prima band virtuale che grazie al suo successo nel 2001 vinse il Guinness World Record. I personaggi che la compongono sono personalità inventate dai creatori Damon Albarn e Jamie Hewlett.

Ragionando sul fatto che questi personaggi sono stati creati ad hoc per diventare i volti di una band che non esiste nel mondo reale, a quel punto poteva anche avere senso costruire la canzone di lancio con una base pre-registrata, il resto è storia. 

Ma cosa centra tutto questo con quello di cui stavamo parlando prima?

Lascia che ti spieghi meglio che cosa intendo dire: la tecnologia, in questo caso l’intelligenza artificiale legata alla musica, accompagna il viaggio di ogni creativo da molto tempo ormai.

Basti pensare ai pedali della chitarra che sono mutati in plugins su piattaforme per la creazione e registrazione musicale, o ai sintetizzatori e alle librerie musicali, tutto già preconfezionato e ready to use.

Ma allora perché siamo in parte restii a questo cambiamento? Siamo veramente pronti ad una relazione tra il corpo con i suoi fluidi, carne e istinti e il digitale, una sequenza ordinata di bit e circuiti?

intelligenza artificiale e musica:
Le Gemelle Holly

Facendo ricerche mi sono imbattuta in Holly Herndon, artista ed entusiasta studiosa di intelligenza artificiale e musica tanto da costruirci il suo progetto di dottorato. Herndon ha congegnato Holly+, la sua gemella artificiale. Un programma per creare musica con intelligenza artificiale tramite il quale lei e chiunque altro può usare la sua voce.

Il progetto di Herndon è stato finanziato da vari Partner e Advisor ma non approfondiremo la tematica. Se ti interessa l’argomento, abbiamo scritto un’articolo a tal proposito, puoi andare a leggerlo qui: Come trovare finanziamenti per la tua idea.

In un intervista Holly cita la paura di Miles Davis nei confronti della necrofilia artistica, intesa come un fenomeno generazionale che dovrebbe ridefinire il suono di per sé e in base al presente, invece che rigurgitare sempre lo stesso passato senza pensare ad un futuro diverso.

Herndon è convinta che creare musica con intelligenza artificiale sia uno strumento di immenso aiuto per aumentare la creatività. Il suo focus centrale è l’esplorazione della relazione fluida e simbiotica tra il corpo e il digitale, in tutte le sue forme d’arte.

Una carrellata di raffigurazioni antropomorfe si susseguono sui suoi profili social. Sembrano ricordare bambole di procellana, che con sguardo robotico e vacuo fissano un punto nel vuoto. Raffigurazioni femminili plasticose e aeriformi allo stesso tempo, il tutto contornato da un’esplosione di colori esasperati.

L’intento pare quello di ricreare la sua immagine più e più volte con un tocco scientifico e sperimentale, e lo stesso fa con la sua voce.

Ok, ma in parole povere, che cosa significa tutto questo? Qual’è il messaggio che vuole far passare l’artista?

Ciò che è veramente importante è il rapporto tra uomo e tecnologia, è questo che traspare dalle elaborate opere dell’artista citata sopra, ed é ciò che interessa anche noi di Idea Builder.

Vogliamo far capire ai nostri lettori che il digitale è in costante dialogo con l’essere umano.

Intelligenza artificiale e musica:
Riflessioni e contraddizioni

Secondo la logica dei big data tutto ciò che è reperibile online sotto forma di dato è lì per poter esser preso e usato. Seguendo questa logica qualsiasi dato, come per esempio la voce di John Lennon, viene privato del suo significato sociale, politico, culturale e personale, e semplicemente raccolto come dato da riutilizzare a scopo di profitto.

Una voce cambia con il tempo, con il mutare del corpo e delle abitudini.

È stata creata una campagna con il fine di proteggere e sostenere la creatività e il talento degli artisti che utilizzano l’intelligenza artificiale per creare musica: la Human Artistry Campaign. Una sorta di vademecum nel quale vengono stilati i principi fondamentali per un corretto utilizzo di questa tecnologia.

Non so se riesco ad immaginare una nuova canzone dei Beatles fatta con l’ intelligenza artificiale.

Viene anche da chiedermi se abbia davvero un valore artistico e creativo nei confronti di chi lavora nel mondo musicale ma soprattutto se rispetta i valori e la memoria dell’artista. 

Rimarrò con le mie domande ed elucubrazioni o le lascerò andare? 

In fondo la vera domanda è perché no? E forse l’unica risposta da dare è Let it be.

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